COME SI DIVENTA INVISIBILI AL RESTO D’ITALIA?

Come costruire l’invisibilità comunicando

Invisibili si diventa quando ci tolgono l’attenzione e la parola, quando non ci lasciano il tempo per spiegare le cose come stanno. Per capire la condizione umana di chi vive nel terremoto non bastano 3 minuti di servizio “fatto per pezzi di verità”, in un paese che nemmeno sa cosa sia il rischio sismico. L’ informazione è responsabile?

Si smette di esistere agli occhi degli altri quando, piano piano, si viene lasciati sempre per ultimi. Stampa, Governi: lo fanno apposta, oppure hanno seri problemi a svolgere bene il proprio lavoro?

COMUNICARE A MEZZA BOCCA

Elisa Ansaldo, giornalista licenziatasi dalla RAI, raccontava così la verità dell’informazione:

Io lavoro nel servizio pubblico delle notizie e mi capita di assistere a scene tipo questa: redazione, arriva la notizia. Panico, panico! Che facciamo? La diamo? Non la diamo? Ne diamo mezza! Così magari se uno è fortunato, a casa da qualche parte ne vede l’altra metà…Noi l’abbiamo data, la notizia… Idea! Diamo la reazione alla notizia ma non diamo la notizia…”.

Si veda tutti i servizi che raccolgono il malessere dei terremotati e lasciano la situazione, i suoi dettagli in sottofondo. La notizia è comprensibile benissimo ai soli terremotati.

NON ESISTE COMPLETEZZA DELL’INFORMAZIONE: NON SI PERCEPISCE IL PROBLEMA

Avvalendoci del diritto di critica, riflettiamo sulla maggior parte dei servizi e trasmissioni che parlano ormai da 4 anni di terremoto. Ecco, dopo 4 anni avranno ottenuto dei risultati giusto? Dopo 4 anni di impegno profuso del loro lavoro nel cratere, tutto il popolo si sarà interessato al terremoto,no ? No.

Giornalista anonimo: “ il terremoto ormai non fa più notizia.”

LA MANOMISSIONE DELLA REALTÁ

Quelli che parlano solo di ricostruzione da anni, poi arriva il Coronavirus e sono obbligati a parlare dell’argomento. Vediamo i vizi di forma.

Parlare solo di decreti e case per anni significa non dare voce all’altra ricostruzione che dovrebbe davvero esserci: la ricostruzione del tessuto sociale e delle persone.

AH, GIÁ! BISOGNA PARLARE ANCHE DI PERSONE

Ci tocca, è arrivato il Coronavirus. Il servizietto sul Coronavirus dove andiamo a farlo? Andiamo nelle SAE, anche se ne abbiamo sempre parlato a «spizzichi e bocconi». Possiamo usare la sofferenza delle SAE, ma non diciamo chiaramente che si è confinati nelle SAE da 4 anni. Diciamo che sì che si è isolati nelle SAE ma colleghiamo di più il fatto al Coronavirus. Così al terremotato pare che noi di SAE ne stiamo parlando. Lui tanto sa bene di cosa si tratta e sa leggere la notizia, ha tutti i riferimenti.

Gli altri?

Delle casette dobbiamo per forza dire qualcosa, ma non spieghiamo chiaramente il contesto. Così chi da 4 anni non ne sa niente, continua a non saperne niente.

CAPISCE SOLO CHI É COINVOLTO

Si beh, non ha molto senso spiegare le cose a chi già le conosce. Ma non vorrai mica che si sappia davvero, in modo esaustivo e completo, la condizione umana nelle SAE? Quella si chiama denuncia sociale, quello è vero giornalismo d’inchiesta. A noi basta dare un po’ di emozione a chi ci guarda sempre.

L’IMMAGINE CANCELLA PIU’ DI MILLE PAROLE

Quelli che: usano un’immagine di denuncia, senza spiegarla davvero, poi apri l’articolo e si parla ancora di ordinanze e… ricostruzione! Ma una voce ai terremotati glie la vogliamo dare davvero, o vogliamo solo fare notizia?

Invisibili si diventa a suon di disinformazione. I terremotati sono invisibili da 4 anni perchè questa maledetta parola (ricostruzione) non l’ha capita nessuno, fuori dal cratere. Dopo 4 anni questo vuoto comunicativo è responsabilità di qualcuno.

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