COSA POTEVA ESSERE FATTO IN 4 ANNI CHE NON È STATO FATTO?

Nuove domande, nuovi atteggiamenti dietro lo sguardo di sempre

In una mattina di neve che a tratti si scioglie RIFLETTO SU COSA POTEVA ESSERE FATTO IN 4 ANNI dentro e soprattutto fuori dal cratere, tutto ciò che in sostanza NON É STATO FATTO.

Si tratta di azioni, atteggiamenti di cura, più che meri protocolli:

1) POTEVA essere svolta una sonora campagna di sensibilizzazione entro tutte le piazze nazionali relativamente al rischio sismico per parlare di terremoto chiaramente, trattandolo come un tema nazionale e non un problema locale del Centro Italia, spiegando chiaramente come il terremoto riguardi tutti gli italiani, perché l’Italia è sismica da capo a piedi. Questo significa in primis coinvolgere le persone parlando loro dei danni non solo indiretti (case ed economia) ma del trauma a cui si è sottoposti in caso di rischio sismico.

LE PERSONE, DI GRAZIA, CE LE SIAMO DIMENTICATE?

Ricordo che il trauma non solo modifica il cervello della persona. Ricade infatti sul sistema famigliare per tre generazioni, perché resta come memoria genetica ed ereditaria. Ricordo inoltre come, a livello epigenetico (relazione fra geni e ambiente), chi è “calato”, immerso continuativamente nell’ emergenza, nella situazione traumatogena non può mai risolvere completamente il trauma del sisma e del post.

  • Non considero personalmente esaustive per l’interesse globale della cittadinanza italiana le comunque importanti campagne “Io non rischio“, le giornate di Alfabetizzazione sismica di INGV, perchè trattano solo una parte dell’argomento, ovvero rispettivamente il tema delle case e l’evento geofisico (fra le varie attività si notano conferenze, mostre, tombola scientifica). Non è risposta esaustiva alla tutela della cittadinanza, a mio personale avviso, nemmeno la Giornata Nazionale di Prevenzione sismica.
  • Non sono passabili le “lezioni” sul terremoto fatte nelle scuole e basta, in merito al mero rischio sismico e alla ricostruzione. Sono utili ma non bastano. I bambini inoltre hanno imprese? Si occupano di mandare avanti una famiglia a livello economico in momenti di crisi? I bambini hanno una casa, fanno mutui? Non vale inoltre parlare di terremoto solo nel cratere senza, sottolineo, mettere in campo un atteggiamento multidisciplinare.
  • VALEVA portare il terremoto oltre il terremoto stesso, generando una cultura nazionale sul tema. È stato fatto? Tutti in Italia sanno cos’è il rischio sismico e quali sono le sue conseguenze a livello umano, strutturale e geofisico? Tutti sanno come far fronte alla sindrome da stress post traumatico? Tutti sanno cosa accade a chi prima di un terremoto aveva attivo un mutuo? Tutti sanno che le banche, le istituzioni, sistema sanitario compreso, non tutelano il cittadino? Hanno tutti alla mano l’elenco dettagliato dei diritti che si perdono?

VERSO UNA CULTURA SISMICA

2)POTEVA essere sensibilizzata e informata a tappeto l’Italia intera in merito alla situazione dei terremotati nelle SAE, in merito alle difficoltà UMANE della ricostruzione in concomitanza al tessuto sociale del paese, riferendosi ai mutui sulle macerie, tutto questo non attraverso uno stucchevole buonismo, ma a partire da un punto di consapevolezza: chiunque può trovarsi coinvolto in un terremoto.

Sensibilizzando alla situazione in Centro Italia poteva essere educata l’intera popolazione italiana e si poteva evitare l’abbandono della cittadinanza terremotata, oltre l’emergenza. Tutto il resto dell’Italia fuori cratere poteva così essere informata, davvero e chiaramente, su: vita del cittadino senza una casa, crisi del tessuto sociale, conseguenze di un terremoto non solo come evento geo-fisico, ma anche come fenomeno socio-culturale.

PREPARARSI PER IL FUTURO, INVESTIRE

3) POTEVA essere preparata tutta la popolazione italiana in merito a: conseguenze del trauma da terremoto sulla vita sociale e del singolo, vale a dire “crisi d’appartenenza” e “sindrome da stress post traumatico”.

4) POTEVA essere creata un’equipe di ricerca sul fenomeno sisma a carattere multidisciplinare. Non vale a mio parere farne una a Roma, lontana dal cratere. Non vale a mio parere farla dopo anni di abbandono e terremoti. Andava fatta prima del terremoto, a carattere nazionale, in una zona sismica come quella del Centro Italia, dove poteva generare ricerca sul campo e studio della prevenzione a servizio dell’intera popolazione italiana. Andava fatto quindi un polo di ricerca con antropologi, filosofi, personale sanitario, geologi, ingegneri, storici, professori di sismotettonica. No, due psicologi e un sociologo non bastano.

Se domani arrivasse un terremoto lo affronteremmo ancora senza preparazione. A chi giova tutto ciò?

5) POTEVA essere dato lavoro a molti giovani (antropologi, esperti dell’ascolto, mediatori culturali…), creando non già il business del terremoto ma un corpus virtuoso, esperto e attivo in tema di “coscienza antisismica“, pronta per entrare in azione nel successivo passaggio di ri-costruzione del tessuto sociale.

INIZIARE A RISPONDERE A NUOVE DOMANDE

Ci sono domande che ancora non abbiamo frequentato abbastanza, abbastanza da ottenere non già delle risposte definitive al sisma, ma un inizio di orientamento al futuro. Come si ricostruisce un tessuto sociale? Come si torna ad appartenere dopo un disastro?

6)POTEVA essere creato – da parte delle istituzioni – un dialogo continuo e di riflessione con la popolazione coinvolta al fine di raccogliere idee e interazioni proattive nella riprogettazione del tessuto sociale.

Sono i terremotati, ad avere ed essere le coordinate del tessuto sociale. Si veda il progetto C.A.S.E. imposto all’Aquila: ha distrutto quel poco di umanità rimasta.

UN’INFORMAZIONE RESPONSABILE

7)L’informazione stessa POTEVA sensibilizzare alla “cultura del terremoto”, una forma vivente più lunga e radicata della mera notizia, per giunta sempre volutamente parziale. Se si parla solo di ricostruzione per 4 anni… a voglia a far capire la realtà delle cose al popolo.

Se si parla di persone, ma senza assicurarsi di raggiungere un pubblico in modo continuativo, a voglia a citare gli ultimi dati sulla mortalità. Con chi stiamo comunicando? Stiamo parlando, certo, ma stiamo anche comunicando e informando qualcuno? Chi esattamente? Riusciamo inoltre a “contagiare positivamente” il comportamento del presunto interlocutore? Vista la scarsa percezione del problema fuori dal cratere, non direi.

SI POTEVA IMPARARE IL RISPETTO

9) Si POTEVA sistemare i cimiteri. Non sono abitazioni e servono per garantire il mantenimento della nostra integrità psichica. Molte persone non possono andare a trovare i propri cari, molti si ritrovano con una tomba di famiglia distrutta e irraggiungibile.

10) POTEVA essere chiesto ai terremotati di parlare in prima persona su piattaforme digitali a tutta Italia, con l’aiuto di una buona mediazione culturale, senza sciupare la conoscenza delle persone autoctone, senza votare la loro vita all’invisibilità ma investendola in una rete di facilitatori. Questo POTEVA rappresentare per alcuni una risoluzione più rapida al trauma. Non è resilienza bensì proattività.

TUTTO QUESTO PERÒ NON É STATO FATTO

Ne ho pensate solo alcune, di cose che si potevano fare. Invece niente di tutto questo è stato fatto ed il tempo è passato. Ora tutto si accumula, sotto il peggiore dei Virus.

La gente vive nella macerie, pochissimi italiani sanno della situazione in Centro Italia e cosa sia il rischio sismico. Trionfa il nulla, la scarsità informatica, la politica dell’abbandono.

Chi saranno i prossimi terremotati?

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