“URBANISTICA DEL CAOS” A BORGO D’ARQUATA

Arquata del Tronto è l’unico comune d’Europa ad essere adagiato fra due aree naturali protette: il Parco nazionale dei Monti Sibillini e il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Con il terremoto del 2016, fra il 24 Agosto ed il 30 Ottobre, Arquata e le sue frazioni vengono colpite in modo letale, entro diversi gradi di distruzione. Saranno infine 49 le vittime nel Comune. Di Arquata capoluogo resta in piedi parte della Rocca (fortemente danneggiata) e poco altro.

UN SENTIERO PER COPRENDERE IL POST SISMA IN CENTRO ITALIA

Questo è il racconto di un piccolo “sentiero” non tipicamente montano, poco più lungo di un chilometro. É la semplice esplorazione, a piedi, di un tragitto fatto su una strada provinciale, quello che interessa la frazione di Borgo D’Arquata. Sono scesa dall’ AREA SAE chiamata Borgo 2 verso l’AREA SAE di Borgo 1 (in copertina), ovvero da un piccolo villaggio di “casette” (come le chiamano gli abitanti) a un altro.

Alle spalle dell’area SAE, il vettore, coperto di nuvole. Risalendo la provinciale si va verso Pretare.

Mi sono lasciata alle spalle il versante meridionale del Monte Vettore e il paese di Pretare. Il tratto di strada che ho percorso e che qui racconto, rappresenta bene la configurazione attuale di una parte di Arquata del Tronto, fra le 12 frazioni, appunto quella di Borgo. In realtà questo sentiero testimonia le discontinuità paesaggistiche che si riscontrano poi in tutta l’area del cratere terremotato.

CONVIVERE CON IL NULLA

Nell’area del post sisma in Centro Italia ne succedono di cose, entro piccoli tratti di strada. Quella che doveva essere “la provvisorietà” delle soluzioni abitative di emergenza (le “casette”) resta e perdura in un odierno nulla, ma lascia anche presto il posto a edifici chiusi e vuoti, ad altri incompiuti, a nuovi progetti o alle macerie stesse. In ogni caso la vita dei cittadini resta un cantiere di incertezza e caos. « Noi ormai ci siamo abituati, al nulla», mi dice una ragazza del villaggio SAE di Borgo 2.

« (…) altre SAE stanno a Pretare, quelle che hai visto sù, dietro all’ Antico bar. Poi sono a Piedilama, ci sono quelle a Borgo Faete, Spelonga e Pescara del Tronto. A Borgo 2 gli abitanti stanno un po’ mischiati, ci sta anche Capodacqua. Invece a Pescara del Tronto c’è anche Vezzano e Tufo. Comunque col tempo tanta gente è morta ed hanno assegnato le casette che si sono liberate a quelli che stavano in lista, quindi adesso in ogni villaggio SAE si sono ritrovati mischiati più comuni», mi spiega un’altra abitante della zona.

La sua voce resta come un’accompagnatrice “in carne ed ossa”, lungo il tratto di strada che percorro lentamente.

UN TRAGITTO FITTO DI VOCI DISSONANTI

All’interno di Borgo 2 c’è il Villaggio degli Alpini : «l’hanno inaugurato l’anno scorso, ad Aprile, ma è quasi sempre chiuso» . Di fronte alla struttura svetta una bandiera dell’Italia, intonsa. Due passi dopo, in basso, ne spunta un’altra, “nero pirata” e con un teschio. È issata a ridosso di una SAE. «(…) Qua stanno continuando a fare le casette. Ne hanno fatte di nuove, ancora, dopo tutti ‘sti anni. E sai perchè? Perchè non c’hanno il coraggio de dire che non ricostruiranno un bel niente.»

Cammino per pochi passi e, sempre scendendo verso Borgo 1, mi fermo non lontano dalle SAE. Resto qualche istante davanti al balcone di una casa inagibile su cui è allestito un neon spento. Non riesco subito a leggerne il messaggio, ma è chiaro che non si tratti del classico addobbo natalizio. È invece un messaggio valido tutto l’anno, qui nel cratere terremotato. “Auguri un cazzo”, recita la scritta al balcone della casa. Sembra essere il proseguimento di quella bandiera nera, pochi metri più in sù alle mie spalle, alla parte opposta della strada.

Con calma continuo a scendere. Da un anno e mezzo passo per questa provinciale sempre un po’ di corsa, perchè fermarsi a guardare le ferite del territorio, leggendone le vicissitudini nei resti o nelle nuove architetture, non è un gesto semplice.

IL GOVERNO C’É?

Si fermano davanti alle macerie coloro che vengono un po’ definiti “i curiosi”, o “chi non potrà mai capire perchè non è di qui” . Mentre continuo a camminare ritornano le parole di quella signora. «I miei genitori abitavano ad Arquata da 30 anni, io ci abito da oltre 15. Eppure qui c’è gente che ancora sostiene che io non sia di Arquata. Hai capito? (…)Io non ho ancora riavuto la mia casa.(…) dal Governo devo ancora avere indietro i soldi della ricostruzione del ’97. Quando ha tirato quel terremoto abbiamo ricostruito anticipando a nostre spese. Ancora dobbiamo vedere quei soldi. E tu credi che qui ricostruiranno dopo questo macello?La gente si dispiace quando lo dico ma è così.».

LE TRACCE DEL COVID-19 SULLE MACERIE

Pare di essere in un triste museo a cielo aperto. Attraverso gli edifici (distrutti, incompleti o ancora in sicurezza) si racconta e si testimonia anche le vita delle persone. Gli abitanti delle Sae, i cittadini del cratere, sono abituati a “scrivere l’indignazione” direttamente sulle case, fra le macerie o a ridosso degli spazi verdi. Le scritte però se le inghiotte il cratere.

Uno striscione, sotto il periodo del Coronavirus, riesce a spingersi oltre i confini terremotati per raggiungere la stampa nazionale, ma solo per qualche giorno. È lo stesso che ora posso leggere alla mia sinistra, su un’altra casa inagibile, proprio a fianco di quella su cui campeggia la scritta al neon. “Non stiamo a casa dal 24-08-16” è il promemoria che un cittadino arquatano lancia al Governo, in risposta a quel “Io resto a casa” che in Centro Italia è un mònito disabilitato. Quello che non si vede dai giornali è la trama del panno. Un asciugamano, forse, “qualcosa” che a suo modo racconta ancora ulteriormente la storia di una normalità negata.

Mi volto per osservare il Vettore, alle spalle. Dall’altro lato della strada, poco più sù e alla mia destra, ci sono i container del Comune, a fianco, quelli delle scuole (asilo, elementari e medie) . Alcune sono state inaugurate il 20 Settembre 2019. Sono frutto delle donazioni della Fondazione La Stampa. Lì vicino ci sono anche quelle donate dalla Fondazione Rava.

All’inaugurazione del 20 Settembre non è mancata Maria Elena Boschi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Rileggere oggi le sue affermazioni è deleterio: «Oggi Arquata riparte insieme all’anno scolastico (…) con i bambini mi piace condividere la storia di come nascono le perle. Si trovano in fondo al mare dentro alle ostriche che costruiscono il contenuto prezioso quando si sentono attaccate trasformando il granello di sabbia in perle. Un trauma costruisce una perla, quindi. Anche se tutti ne avremmo fatto volentieri a meno, il trauma vissuto al centro Italia ha costruito tante perle. Vogliamo guardare con ottimismo al futuro perchè ci siamo (…) e voglio rassicurare il sindaco Petrucci e i cittadini. Lo Stato c’è. Grazie comunque a coloro che hanno permesso la realizzazione della nuova scuola, un ottimo punto di ripartenza

Altro da dichiarare? Sì, l’installazione di una rondine gigante e rossa, in plastica, di fronte alle scuole. Vuole essere un simbolo di speranza, donata da crackingart. «Rigenera solo a guardare», sostiene qualcuno nel video che cattura la sua inaugurazione e che ripesco in un secondo momento, una volta a casa.

CUBI SU CUBI, PROGETTI ED ENTI

“Auguri un cazzo. Non stiamo a casa dal 24-08-16” ripasso mentalmente. Distolgo intanto lo sguardo dalle scuole e proseguo il mio breve tragitto, osservando il centro Agorà, di fianco alle scuole stesse. Trattasi di 650 metri di edificio in bioedilizia, 700mq di parcheggio, ad opera di Caritas. Non viene detto molto sul Centro polivalente al sito del Comune, tranne che può ospitare chi visita Arquata (o ciò che ne resta). A fianco sorge invece la Casa del Parco.

Supero velocemente la curiosa sagoma del Centro Socio Sanitario che « è l’unica cosa che funziona», mi dice un “terremotato” di Borgo 1.

Piazzato dritto “in faccia” al Centro Socio Sanitario si trova invece un immacolato Rotary Point. É un edificio con grandi vetrate, tirato a lucido e donato dal Rotary club ad Arquata nel 2019 per aiutare gli imprenditori locali e “fare rete”. Rotary Club, come recita la presentazione del Progetto Fenice (da club dedicato alle aree del sisma) «(…) è un’ associazione mondiale di imprenditori e professionisti (…) che prestano servizio umanitario, che incoraggiano il rispetto di elevati principi etici nell’esercizio di ogni professione e che si impegnano a costruire un mondo di amicizia e di pace».

Mentre vado alla ricerca di tracce concrete di “step e mission” dichiarate su carta dal Rotary, per il cratere, mi imbatto invece in molti articoli che paragonano il club alla massoneria. Resto con un punto di domanda e archivio la ricerca per approfondimenti futuri.

In linea d’aria e a ore 12, proprio di fronte al Rotary c’è il Forno Cappelli, una realtà che odora di pane e buono anche se non esiste più.

Tiro un sospiro e raggiungo L’Albergo Regina Giovanna, nelle immediate vicinanze, adiacente al Rotary Point. Le sue camere guardano ormai sconquassate al cielo di ogni giorno. Di fronte si legge invece il terzo messaggio scritto dagli abitanti sul panorama: unica grande opera: ricostruire il Centro Italia terremotato. Si fermano motociclisti, lo leggono un paio di ragazzi, su un auto targata Belgio, mentre rallentano in curva. Alternano l’osservazione “albergo- scritta, scritta-albergo” almeno un paio di volte. Poi proseguono, anche loro, lungo questo chilometro di assurdità e macerie.

1 KM DI CONTRADDIZIONI, MA COSì È IN TUTTO IL CRATERE

Arrivo presto a Borgo 1 (in copertina). «Salute! Buona passeggiata». Mi dice un signore, sulla settantina, seduto con altri compari. Sono tutti all’ombra di un vecchio Sali e Tabacchi che ora non è più agibile. Di fronte c’è invece l’unico “containerbancomat” di cui si abbia traccia, se si arriva da Castelluccio. Poi c’è un campo da calcio e infine la distesa di SAE di Borgo 1. Resto ad osservare dall’alto le casette. Vado o non vado? Vado.

VIVERE LA TERRA DI NESSUNO

C’è grande fermento per i campi estivi dei ragazzi, attorno al campetto da calcio. Poco lontano c’è il bar, dove la vita si affolla. «Qui non c’è nessuna pianificazione. Non sanno che farci, con questa ricostruzione. Un pezzo così, un altro così, una casetta qui, un’altra là. Si vede che non c’è un’idea. Che ce lo dicano: “non ricostruiremo”. Ma tu lo sai con i soldi de ‘ste casette, quante volte ricostruivamo, qui?» mi dice un abitante.

UN UNICUM DI INTERRUZIONI ABITATIVE

Il mio piccolo chilometro di esplorazione si conclude nella “chiesa-container” di Borgo 1, dove si trova un raro crocifisso ligneo del XIII secolo, realizzato da due esecutori diversi. Come spiega la scheda tecnica presente in loco, redatta da Michele Picciolo : «(…) la partecipazione di due diversi esecutori ha determinato evidenti incongruenze che riportano la scultura a modelli romanici, considerando l’eccessiva lunghezza del capo, il grosso collo con l’innaturale inserimento nelle spalle, la posizione alta delle orecchie. (…) queste caratteristiche peculiari lo fanno ritenere un unicum (…)»

Anche nel post sisma del Centro Italia hanno operato più esecutori, i quali infine hanno lasciato traccia di profonde discontinuità progettuali. Anche il post sisma in Centro Italia resta un unicum, ma tutti i post emergenza di un terremoto, in fondo, lo sono. Questo unicum “sismico” non è un raro dono, come il crocifisso ligneo per la storia dell’arte, ma resta un’amara pagina nel libro della Storia del Paese.

Per 138 comuni quasi tutti i chilometri sono come quelli di Borgo. Le persone sono ri-diventate terremotate, ben oltre le scosse, in quanto “abitanti di un’urbanistica del caos”. Con questa, piano piano si impara a convivere, ma è una vita innaturale quanto le proporzioni di quel cristo in croce.

©Giulia Scandolara

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