L’ARDUA SFIDA DELLA RICOSTRUZIONE SOCIALE

Tutti i terremoti, attraverso la parola magica “ricostruzione”, hanno sostanzialmente posto al Governo in essere una sfida monumentale, ma certamente non impossibile, ovvero la ricostruzione delle comunità, la ri-costituzione del rapporto uomo/ambiente dopo un disastro. A ben vedere sta accadendo anche in questi giorni, mentre ci si domanda quale possa essere la normalità post-covid, con un “post” che ancora si fa attendere.

Come si torni ad appartenere dopo un disastro è una pagina ancora tutta da scrivere, ora sotto l’egida del Coronavirus, ora nel clima del post-sisma dell’ultimo forte terremoto. È “ultimo e non ultimo”, va ricordato. E vale la pena farlo, poichè si possa iniziare a riflettere sul dato umano come variabile indipendente nella ricostruzione, quella che più comunemente si occupa invece solo di case, quasi mai di relazioni sociali.

Alcune casette, appena fuori Amatrice. Vecchie e nuove Sae (alle spalle, sulla destra) si danno il passo nell’urbanistica del caos

 «(…) la ricostruzione non basta, se non si cura la qualità dei legami interpersonali. (…) Di sicuro, per tutto il Centro Italia, l’investimento edilizio potrebbe rivelarsi una leva potente ma, ad essere privilegiata, dovrebbe essere la relazione e non la speculazione (…)» . È il mònito del Vescovo di Rieti, monsignor Pompili. Lo dice, dritto, alla messa del quarto 24 Agosto, da poco celebrata.

Non è “una paternale”, quella del Vescovo, bensì un puntuale orientamento auspicabile. Tornano alla mente le parole di Giovanni Pietro Nimis, urbanista a cui furono affidati diversi comuni, nella ricostruzione del Friuli: « Agli architetti, tacitamente, fu chiesto di svolgere un lavoro inconsueto, condizionato dalla musica di fondo. La progettazione doveva essere una sorta di terapia sociale, ansiolitica, rassicurante (…) per rivestire funzioni inedite di intermediazione con i sinistrati, finalizzate (…) alla rassicurazione della gente, (…) alla partecipazione allargata ai progetti, rinunciando alla tentazione dei capolavori». Cosa succede se però i cittadini vengono estromessi dalle decisioni sul territorio per anni e silenziosamente abbandonati?

«Le persone sono stanche, non ci credono più, nella ricostruzione» mi dice una signora, ai cancelli del campo da calcio Paride Tilesi, ad Amatrice. La veglia notturna del 24 Agosto, dedicata ai parenti delle vittime è alle 2.30. Nell’attesa, al freddo, si parla di Sae e di chi ancora non riesce e dormire, non solo per il ricordo delle scosse, ma per l’inconsistenza del presente. «Adesso sembra che sarà più facile ricostruire, però chi la riporta qui, la gente? Molti se ne sono andati, vorrebbero anche tornare, ma come fanno se non c’è lavoro? Che futuro hanno i nostri ragazzi?» In effetti, mentre si pensa ai prossimi cantieri, la ricostruzione sociale (che ancora manca) dovrebbe tendere non solo alla dignità dei presenti, bensì a delle garanzie per le generazioni future.

Non è la rabbia, non è la paura, bensì la stanchezza, a prendere piede ora. Il desiderio della ricostruzione pare aver perso il suo ritmo. Mentre alcuni abitanti tengono alto l’umore per tutti, altri non hanno illusioni: «ormai è tardi», dice un signore a Campi di Norcia «e molte tradizioni, i ricordi del paese stanno scomparendo».

«Dopo un terremoto la cosa più difficile è “riparare le teste“, mentre quella più immediata è sistemare le case. Hai visto cosa sta succedendo qui, e pensa che siamo partiti dalle case, come sempre si fa. Nessuno parte mai a ricostruire “le teste” perchè è la cosa più difficile da fare» mi dice un tecnico del cratere. Eppure recuperare l’integrità interiore ha molto a che vedere con l’urbanistica. La geografia dei luoghi non è altro che il tracciato delle abitudini e delle relazioni quotidiane, l’incontro di cognomi che, insieme fra loro, saprebbero a tratti ricostruire la storia di molte generazioni, fra dicerie, leggende e tradizioni.

Tre ragazzi giocano nel campo da calcio donato da Ultras Italia per Amatrice. Dietro, le casette Sae di Collemagrone (Amatrice)

Qual’è l’ultimo “punto noto” di ciascun cittadino del cratere? Nelle Sae di Borgo 1, ad Arquata si sono ritrovati insieme abitanti di varie frazioni. Per borghi rurali dove ogni frazione è una realtà fatta di solchi indelebili, si è trattato di uno stravolgimento nello stravolgimento. Non solo, qui come altrove, ci si è dovuti relazionare con la spersonalizzazione delle Sae. I terremotati, dalle scosse, hanno continuato a scontrarsi con una profonda disconnessione sociale che a tratti si poteva evitare. Nuovi e improvvisi vicini di casa, in territori del nulla: questa è stata solo una, delle tante sfide incontrate durante i tentativi di ritorno alla normalità.

« Ognuno è solo, nella sua Sae. Gli anziani, specialmente, soffrono tantissimo. Perchè non hanno più la comare o il compare per fare le solite chiacchiere. Potevano mettere le persone vicine in base alle conoscenze, ma nessuno l’ha fatto, anzi. Il tessuto è stato profondamente diviso e lacerato». Chi parla è Gianfranco, il farmacista di Norcia. Da dopo le scosse lavora insieme alla figlia in un container donato da Federfarma. È dispiaciuto perchè dice che forse non ce la farà, a vedere Norcia ricostruita, e avrebbe preferito un altro futuro per sua figlia.

Come si può preservare l’identità dei cittadini nel post terremoto? «Fate in modo che la nostra gente sia responsabile e partecipe dei suoi fatti, non fatela emarginare assolutamente da qualunque partito o potere. Democrazia sì, imposizione no e democrazia è partecipazione, mai imposizione; democrazia è rispetto dell’uomo e l’uomo deve essere lui il costruttore di se stesso e del suo bene (…)» (A.Rinoldi, in Atti dell’Assemblea dei cristiani del Friuli cit.)

Ha senso imparare a mettere l’uomo al centro della ricostruzione, poiché se il materiale edile è inerte, gli esseri umani, invece, eternamente sollecitati a resistere all’abbandono, diventano infine irreversibilmente lesionati. La “variabile indipendente” della ricostruzione, incarnata dai cittadini ha una scadenza che il cemento non contempla. Per questo occorre(va) fare presto.

Resta, infine e in relazione al campo, la valutazione dello scenario, un’aria da sanare fra i territori colpiti; perchè si possa riscrivere “il poi”, avendo fatto pace con il passato. In tal senso “ricostruzione sociale” significa più che mai superamento dei traumi, separazione da 4 anni di sfiducia per fare posto al nuovo. Ad oggi, se è vero che la burocrazia è “interamente allineata” e le norme tecniche sono state semplificate, poco è stato pianificato per una ricostruzione sociale. Ancora manca una considerazione tangibile di questo fattore, come elemento fondante della ripartenza. Lo s’intende tardivamente, forse, ovvero solo ora che tutti sono saturi.

© Giulia Scandolara

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