UN ANNO DI DOPPIA EMERGENZA NEL CRATERE

Era il 9 Marzo 2020. Tutta l’Italia diventava zona rossa da emergenza Covid. Già allora era completamente dimenticata la situazione del Centro Italia post terremoto 2016. Parliamo di 138 comuni tra Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo. Qui le persone si chiamano ancora “terremotate” ed abitano un non-luogo, chiamato “cratere”.

Mentre da marzo, lungo tutto il Paese si è più volte esclamato “io resto a casa”, qualcuno ha risposto, dal cratere terremotato «non stiamo a casa dal 24 agosto 2016». La pandemia si è appoggiata indisturbata a quello che, istituzionalmente è stato definito come “il più grande cantiere d’Europa”. È paradossale come, nel parlare della vita umana delle persone terremotate, questo cantiere scompaia, ora sotto il peso del virus, ma in generale ogni anno di più.

«Il Covid ha fatto più danni del terremoto». È una dichiarazione che rimbomba, sonora, in ogni angolo del Centro Italia. «Almeno nelle scosse potevamo abbracciarci. Questo virus ci ha ulteriormente isolati dal mondo» spiega una commerciante di Castelsantangelo sul Nera. Abita a pochi passi dal suo “negozio”, che in realtà è un container. Anche lei sta in una soluzione abitativa di emergenza. La vita impossibile nelle SAE continua, questa volta con l’aggravio della pandemia.

Già da 4 anni, infatti, le persone terremotate si ritrovano a vivere nei moduli provvisori, le soluzioni abitative di emergenza, senza futuro e senza casa. Prima i terremotati hanno trascorso anni “da invisibili”, in attesa della ricostruzione delle case, dichiarata incompiuta l’anno scorso dallo stesso Mattarella. Poi, al peso dell’abbandono delle persone -realtà che prosegue- si è sommato il Covid-19. Il virus ha raggiunto senza indugio le aree terremotate, dove le emergenze si sono stratificate.

Le zone rosse del Coronavirus si sono affiancate alle zone rosse generate dal sisma 2016. Sono aree, queste, ancora tenute in piedi dalla meticolosa messa in sicurezza dei Vigili del Fuoco. È tutta una puntellatura di edifici, come nel centro storico di Visso o a Camerino (MC); o un ammasso di macerie, come a Pretare (AP). Nelle zone rosse vi è anche il vuoto lasciato dai morti e dai crolli, come ad Amatrice. Così, insomma, con l’arrivo della pandemia non è rimasto alcuno spazio per poter esistere.

Perché vivere in una SAE, in piena pandemia, in mezzo al nulla o alle macerie, non è vita. «É una parvenza, di vita» specifica Francesco, che abita da solo nella sua “casetta” di 40 metri quadri a Norcia. Il suo villaggio SAE è nella zona commerciale. Qui gli anziani hanno sempre più paura di uscire. Temono di scivolare per i vialetti ghiacciati. Sono terrorizzati dal virus. «Ci mancava la pandemia. Non abbiamo ancora avuto un attimo di tregua. La mia preoccupazione sono gli anziani e l’isolamento che crea questo virus. La gente che già aveva paura, adesso li vedi e sembrano fantasmi.» racconta per telefono una commerciante di Amatrice (RI).

Questo è il quinto anno di niente, per le zone del cratere. Nel frattempo è arrivata anche la neve, abbondante. E le casette, come le persone, rischiano di non reggere più il peso. Ora è quello di una vita impraticabile, che mai riparte. Ora è il peso silenzioso e ingombrante della neve, che incurante delle emergenze copre le casette.

Il 29 dicembre 2020 neve e un blackout di 12 ore aveva isolato Arquata del Tronto e Montegallo (AP). Nelle aree SAE, va ricordato, non ci sono generatori di corrente. È servita l’emergenza neve dello scorso dicembre e di questo gennaio 2021, per decidere di dotare in futuro tutti villaggi di un gruppo elettrogeno.

«Noi siamo gente di montagna, siamo abituati ad andare anche a -18. Ma il punto è che le SAE non sono adatte per il clima di montagna.» Racconta B. che vive ad Amatrice. Lo scorso 6 e 7 gennaio è toccato invece alle SAE di Amatrice, restare 14 ore senza energia elettrica, senza segnale telefonico cellulare e connessione mobile. A Roccasalli, una piccola frazione di Accumoli, gli abitanti delle SAE sono dovuti salire sopra le SAE stesse, per alleggerirle dalla neve ed evitare il crollo dei tetti.

Ci sono anziani, soli da sempre, nelle SAE e le persone sono impaurite dal virus da quel Marzo 2020. Da inizio pandemia questi territori sono rimasti fuori dai Dpcm che hanno chiuso e aperto un’Italia che no, non è tutta uguale.

“Isolati dal mondo, abbandonati dallo Stato”: si legge a più riprese tra le pagine Facebook degli abitanti del cratere. E il messaggio rimbalza una, mille volte tra i profili di tanti terremotati. Come se la piattaforma fosse l’ultimo avamposto da abitare, per spezzare il silenzio, infrangere l’assenza di attenzione in cui è precipitato un territorio grande 4 regioni.

In questi 4 anni, intanto, molte famiglie hanno dovuto abbandonare la propria SAE per lavori di manutenzione ai pavimenti, andando in albergo, svuotando le piccole dimore dalle poche cose salvatesi dal sisma. Si sono logorati presto, i pavimenti, a causa di strati di muffa generati da una cattiva costruzione. Nel 2017 sono invece scoppiati i primi boiler, a Visso.

Ma ogni anno si sono alternate vere e proprie stagioni di resistenza all’oblio. «Quando in Italia è arrivato il virus io, da terremotato, ero già pronto. Mi sono detto che adesso il resto dei cittadini avrebbe capito cosa stiamo passando noi da anni. Noi, qui, sappiamo da anni come si viene trattati dopo un disastro. È semplice: ti abbandonano tutti. Il Governo per primo» mi confida Leonardo a più riprese, da una piccola casa grande quanto una stanza.

Nessuno, ai vertici del Governo, si è posto il problema di come sarebbe stato “restare a casa” avendo però una SAE. Oggi il timore che il Covid si diffonda fra le casette obbliga a parlare di un distanziamento fisico impossibile. Non ci si può mettere in quarantena, in un modulo abitativo di 60 metri quadri, con altre 2 persone. Il  virus aggiunge silenzio a un isolamento che cresce. Quella che doveva essere una situazione provvisoria di alloggio è diventata una nuova normalità, dove il fenomeno dell’abbandono svuota di senso la vita umana, ne riduce il valore da anni, cancella il diritto alla sicurezza abitativa, il diritto a un futuro.

©Giulia Scandolara

“Ho preso il terremoto. Un’indagine umanitaria: la denuncia dei danni materiali e sociali in un Paese fragile” disponibile qui

NON ESISTE SOLO IL COVID

Gli ultimi mesi del 2020 ci hanno ricordato che non esiste solo l’emergenza della pandemia. Al 29 di dicembre una scossa di magnitudo 6.4 ha colpito la Croazia, generando un “disastro nel disastro”. Il terremoto è arrivato a colpire e a distruggere la citta di Petrinja, nel pieno del secondo lockdown. Esattamente come per il Centro Italia post sisma 2016, distruzione e virus si sono sommati. Come a dire che lo scenario può sempre peggiorare.

Ma le scosse non sono mancate nemmeno in Italia, lungo tutto il 2020. Nella conta delle volte in cui la terra ha tremato, da Bergamo a Napoli, dobbiamo obbligarci, scossa dopo scossa, a pensare che terra e vita umana sono una una cosa sola.

Ha stupito anche INGV, la scossa avvenuta a Milano al 17 di dicembre. Il terremoto di magnitudo 3.9, con epicentro Trezzano sul Naviglio ha generato tanto panico ma pochi danni. Ha però ricordato come nessuno possa mai sentirsi davvero al sicuro, in un Paese ad alto rischio sismico.

A due ore dalle scosse del 29 di dicembre, invece, la terra ha tremato anche a Verona, con una scossa di magnitudo 4.4. «Se proprio devo dirti la verità, a me preoccupa maggiormente la scossa che ha toccato il ragusano» mi dice un geologo del centro Italia.

Qualche giorno prima infatti, il 22 dicembre, un terremoto di magnitudo 4.4 viene registrato nella zona di Ragusa. In questa parte della Sicilia si sono verificati in passato terremoti apocalittici come quello dell’11 gennaio 1693, che ha distrutto il Val di Noto.

Una preoccupazione che non ci tocca

Il terremoto è un problema del “Paese Italia” per il quale non vi è ancora un vaccino. Mentre in piena pandemia abbiamo imparato tardi a correre ai ripari, relativamente al tema “terremoto” nulla riesce a smuovere la coscienza dei cittadini da decenni.

Ci sono fragilità di serie A e di serie B, che fanno tendenza o no. Mentre la violenza di genere, la lotta contro i tumori sono battaglie che iniziamo a percepire, altre, restano ancora all’oscuro della nostra coscienza. Perchè?

Molto spesso i temi su cui sensibilizzarci restano argomenti invisibili perchè non comunicati correttamente. Nel caso del terremoto non agevola la prevenzione: un linguaggio tecnico lontano dai cittadini italiani, la confusione che passa tra il “dare la notizia del terremoto” e “fare informazione sulla sismicità del Paese”.

Un’altra emergenza

Passiamo per un istante ad un’altre emergenza: la violenza di genere.

Le disposizioni sul delitto d’onore sono state abrogate dal diritto italiano il 5 agosto 1981. Ci sono voluti cioè 40 anni per abolire il “delitto d’onore” e convertirlo culturalmente in un fenomeno ben preciso: il “femminicidio”. Fare cultura, sensibilizzare è certamente una questione di tempo, perchè le masse cambiano lentamente. Ma questo non dev’essere una giustificazione.

Fare cultura e sensibilizzare alle fragilità del Paese (ora sociali, ora del suolo) sono la premessa della prevenzione. E questo è valido per ogni causa. Non si può consapevolizzare la cittadinanza, senza prima aver reso visibile il problema su sui si vuole aumentare il livello di coscienza dei cittadini stessi.

Non si può, ancora, parlare di un “Cultura dei terremoti” se non è in essere, su tutto il territorio italiano, un gergo in grado di raccontare a tutte le persone del Paese cosa significhi subire un terremoto, dall’emergenza al post-emergenza.

Le campagne di prevenzione sismica parlano correttamente di: pericolosità del suolo, vulnerabilità degli edifici. Ma tutto ciò è incompleto. Dove sono le Persone? Come si può cioè creare una campagna realmente in grado di di sensibilizzazione al rischio sismico, se non si permette ai cittadini di intendere che, fra le scosse, si perde la propria vita?

“Parlare di persone alle persone” è l’unico modo per sensibilizzare al terremoto. Questo è ad esempio il primo obiettivo di Ho preso il terremoto, un libro scritto per parlare di terremoto in modo semplice. A partire dalle scosse che hanno piegato il Centro Italia, a partire da uno stato di abbandono ancora in essere è possibile iniziare a parlare alle persone non coinvolte dello stravolgimento che causa il terremoto. Farlo è una priorità del Paese.

© Giulia Scandolara

Ho preso il terremoto – Altreconomia

SERVE UNA NUOVA NARRAZIONE DEL TERROMOTO

Attualmente il terremoto non è percepito dai cittadini italiani come un tema nazionale e di primario valore. Nemmeno ora, in un momento storico nel quale una doppia emergenza sta investendo il “cratere” sismico post-2016 per la seconda volta, dopo l’ondata del Coronavirus a Marzo. Com’è possibile tanta inosservanza?

Questa mancanza di attenzione per l’argomento “sisma” è in genere attribuita alla scarsa conoscenza del rischio sismico e le sue conseguenze. In realtà l’ignoranza che il popolo italiano ha del rischio sismico, (quindi anche dell’attuale situazione in Centro Italia post 2016) potrebbe essere un problema “secondario”, derivato piuttosto da un errore di comunicazione alla base.

Arquata del Tronto

Il problema primario per cui il post terremoto 2016 potrebbe non essere percepito come tema nazionale, men che meno ora è dato dal fatto che, questo, non entra mai in una narrazione realmente nazionale, nel dibattito con la popolazione.

A 4 anni dalle scosse che hanno distrutto il Centro Italia si sono evidenziati e confermati alcune modalità standard entro le quali viene generalmente trattato il terremoto in Italia. Le stesse, dopo 4 anni sembrano aver in qualche modo cristallizzato la vita del cratere e dei suoi abitanti. A parte il “filone paternalistico” (di seguito) non si esclude la bontà di queste letture del territorio, ma se ne evidenziano delle lacune. Ad esempio quella di non aprirsi mai realmente alla popolazione del resto del Paese:

  • il filone paternalistico: si parla di terremoto nelle ricorrenze, trattando le persone come vittime senza risorse. Avviene anche non solo nelle ricorrenze. I terremotati locali diventano inoltre una sorta di guida in un paesaggio che raramente cambia,
  • il filone locale: il terremoto non riguarda tutto il Paese, è trattato come un affare locale. Paura della speculazione (che comunque arriva dalle mafie interne e locali), paura del “diverso” fanno sì che i referenti per una narrazione del terremoto 2016 siano prettamente gli abitanti del posto. Se da una parte non può che essere così (deve partire dagli abitanti, la narrazione), dall’altra la loro voce non arriva però a fare del sisma un tema di interesse nazionale. Al massimo, permette di creare molte interviste, opportune a “tenere viva la memoria” o “aggiornato il dibattito”, ma a livello locale. Il punto però non è nè la memoria, nè un aggiornamento sull’andamento, che per giunta non avviene, in modo diffuso e costante, “oltre cratere”. A monte resta manomesso l’opportuno chiedere una democrazia che manca, quel diritto ad avere un futuro, negato. Infine i terremotati sono trattati come invisibili. Perchè in fondo nessuno ha realmente delle chiavi per comprendere come, “il loro disastro” sia in realtà “di tutti“. Il terremoto appartiene, anche economicamente, all’intero Paese. Eppure non è percepito come tale.
  • Il filone storico: indispensabile per comprendere cosa “è andato storto” quali sono le lezioni del passato. Il filone storico sembra però non avere alcun potere sugli attori principali e locali del sisma 2016, perchè le lezioni del passato sono state completamente ignorate. Di base le buone ricostruzioni (Friuli e terremoto del ’97) non hanno insegnato niente. Un filone storico “recente” testimonia invece lo sforzo di tutti i commissari delle ricostruzioni in essere, in Italia. I quali si sono riuniti per pensare, su esperienze personali, una Carta della Ricostruzione valida su scala nazionale. Ad ogni modo lo sguardo è sempre proiettato al post-emergenza e non alla prevenzione o alla mitigazione del rischio.

Tutto ciò non permette di superare il dolore stesso; è una patina, questo, appoggiata sulle persone e sui luoghi, che rischia di ricondurre sempre tutto il cratere al 2016, in un “eterno passato”, più che verso un futuro pianificabile. Se da una parte non può che essere così, perchè la ricostruzione è incompiuta, perchè è impossibile togliere il dolore dal terremoto (tema delicato), dall’altra questo dolore dovrebbe poter essere uno strumento, attivo, per il futuro. Lo dimostrano alcune storie locali, presenti sul territorio. Nella maggior parte delle volte però, il dolore è un vestito pesante che non permette, appunto, di far ri-emergere le persone oltre quello stesso vestito pesante.

IL SERIO PROBLEMA DELLA NARRAZIONE DI GENERE

Il terremoto resta infine un tabù sociale, seriamente discutibile nella maggior parte dei casi da soli uomini. Manca un respiro matriarcale, alla narrazione, che si ritrova solo in rari casi, casi al margine, che ad ogni modo non raggiungono, ancora, un tavolo di dibattito nazionale. Le uniche sindache su 138 comuni terremotati sono ad esempio due: nel comune di Ussita e in quello di San Severino.

Nonostante vi siano molte figure femminili attive sul territorio, il governo sembra ascoltare la loro voce entro rari “periodi finestra” che non strutturano mai un concreto tessuto di dialogo, utile costituire un dibattito nazionale del terremoto, in primis, ed anche in ottica del rispetto della parità di genere. La presenza femminile è purtroppo costretta a confrontarsi con strutture obsolete, patriarcali, esclusive.

COME DOVREBBE ESSERE IL NUOVO PARADIGMA PER UNA CONCRETA NARRAZIONE DEL TERREMOTO

Dovrebbe essere più equo, dando maggiore risalto alle voci femminili già in essere, non solo entro la narrazione del terremoto ma in un dibattito che le investa di poteri maggiori per le comunità, dal basso, senza finti modelli di partecipazione, dove raramente hanno concreti strumenti economici e decisionali, che poi possano essere diffusi fra la popolazione.

Bisognerebbe poter uscire dalla narrazione delle reti già conosciute del territorio, non per mancare loro di rispetto, ma per implementare queste reti sociali di nuovi sguardi. La “paura dello straniero”, relativamente al terremoto 2016, non ha fatto altro che impedire al tema “sisma” di entrare davvero in un dibattito, diffuso e nazionale del terremoto. Se questo per certi versi accade, attraverso i cammini, i prodotti locali che raggiungono vari punti del Paese, dall’altra accogliere nuove voci nella narrazione al cratere è la nuova sfida del cratere stesso.

Il rischio che corre il cratere è infatti quello di restare, infine, un’amara favola sempre identica a se stessa dove le cose, più che ripartire, continuamente “stanno”, nonostante piccoli ed importanti cambiamenti locali.

PERCHÈ NON SAPPIAMO RICOSTRUIRE

Non è (solo) la mancanza di un modello “opportuno”, abilitato alla ricostruzione dei territori, dopo qualsiasi terremoto futuro; ovvero non è il “darsi un metodo” buono nel tempo. Non è (solo) la semplificazione della burocrazia, utile a ricostruire gli edifici, mancata per anni e giunta tardiva, ora nel sisma in Centro Italia. È l’assenza di due sostanziali fattori, a rendere questo Paese “inetto” nelle sue ricostruzioni post-sisma.

Nel post terremoto 2016, quanto nell’attuale emergenza Covid-19 mancano, alla politica italiana: visione e ri-pianificazione dell’economia, intesa come “capacità di ri-mettere a frutto le risorse del territorio”. Ricalibrandole allo scenario della crisi. Si parla di re-immetterle entro un circolo di nuove azioni, trovando un nuovo assetto ed equilibrio, sistemico. Perchè dopo il disastro, chi era ed è radicato sul territorio possa essere avviato alla ricostituzione del tessuto sociale. Se non pienamente, quantomeno a “giri bassi”. Ora più che mai, nel cratere dell’Italia centrale, “economia” è da intendersi come la preziosa rete di alleanze umane, nel loro personale e collettivo potenziale di ripensare lo scenario lavorativo.

Quel valore del “saper fare”, che rilega gesti e persone ai posti, è disgregato. Ciascun agricoltore, o piccola realtà della filiera alimentare locale (e non solo di questo settore) viene piuttosto indirettamente invitato/a a ragionare, ripensarsi da solo/a. Il territorio non tutela più le risorse del territorio stesso, le disperde come polvere entro quella che si potrebbe definire un’economia del tradimento. Il cittadino comune, divenuto “terremotato” si trova spesso con “almeno” casa inagibile e un’intera vita da riorganizzare, fra lavoro e famiglia, completamente in solitaria.

In copertina, verso Pretare (AP), sopra, a Cittareale (RI)

Non sappiamo ricostruire come Paese il paese stesso, qui dopo un terremoto, perchè la ricostruzione delle case è completamente separata dalla ricostruzione socio-economica del territorio. Sono polarizzati, il cemento da una parte e la vita delle persone, l’economia dei luoghi dall’altra.

Aspettano, cittadini e lavoro, che “qualcuno” abbia il coraggio di rimettere in rete le imprese, i prodotti locali. Più che donazioni e aiuti danarosi, servirebbe il regalo di una buona strategia economica post-disastro. A dire il vero, comunque, alcune realtà territoriali si organizzano da sè e lo fanno molto bene. In gruppo si rimboccano le maniche, ripartono fra le macerie cercando di ridarsi un piano da seguire. A volte la riorganizzazione del “fare territoriale” si rigenera attraverso i Gruppi di Acquisto solidale (soprattutto verso Lazio e Lombardia).

In visita ad un’azienda agricola di Cittareale (RI)

Per altre piccole realtà locali il riassetto delle attività avviene entro le nuove strutture in essere dal 2018 circa, accorpamenti transitori come La Compagnia dei Maestri Artigiani di Visso, “la cattedrale nel deserto” dell’area commerciale di Norcia, o il centro commerciale Monti della Laga, che raggruppa tutte le attività esistenti ad Accumoli.

I governi che dal 2016 si sono passati “la patata bollente” del post-sisma non hanno saputo innestare, alla parola ricostruzione, una serie di panorami attivi che avrebbero potuto riscrivere le sorti della ricostruzione stessa, a 4 anni, purtroppo, incompiuta. Le risorse collettive del tessuto sociale si sono invece riorganizzate “a gestione separata”, ovvero ciascuno ha fatto da sè, nella maggior parte dei casi. E il nuovo tessuto sociale è attualmente costellato da una serie di fratture occupazionali.

Nell’omonima azienda agricola di Alessandro Novelli, Montereale (AQ)

«Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese» queste, nel 1976 le parole del Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Antonio Comelli, di fronte alla distruzione in cui persero la vita 990 persone. Oggi però, a 4 anni di nulla e promesse, dopo le scosse di un altro terremoto, ovvero “il cantiere più grande d’Europa” dell’Italia centrale, il lavoro sembra essere stato disattivato nella sua possibilità di essere un trasformatore sociale. Ai singoli è rimesso ogni sforzo di comprendere come ritornare a far parte. L’esito, specialmente con l’arrivo del Covid-19 è sempre più incerto.

Se è vero che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, come recita l’Articolo 1 della Costituzione italiana, è reale osservare la scelta governativa dell’abbandono come unico “metodo” realmente sostenuto dal governo italiano in questi anni.

Di fronte alle domande di tutto il Paese in relazione alla pandemia da Covid-19, domande su lavoro e pianificazione del futuro, che ancora restano senza risposte, non va dimenticato un fatto: in nessun Dpcm, annunciato dagli inizi della crisi pandemica è mai comparsa una specifica attenzione e cura per le aree fragili, definite noiosamente “aree interne”. Perchè lo è, “un fatto”, ma al contrario, ovvero un “atto mancato”. Soprattutto, mai in nessun Dpcm il governo (minuscolo) si è pre-occupato di vagliare davvero le conseguenze dello scenario post-doppia emergenza ora in essere, fra le terre già in ginocchio dalle scosse del 2016 (Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo). Sembrano in arrivo dei fondi, per il cratere, dal Recovery Fund. Sono in pochi a crederci, sul territorio, dopo le tante promesse.

Se, infine, il “Paese Italia” fosse un’azienda, in virtù della sua cruda e poco realistica pretesa di voler essere una Repubblica fondata sul lavoro (in nero, corrotto, inquinato da mafie e caporalato, basata su contratti al limite della decenza) ebbene, sarebbe certamente un’azienda in perdita, con profonde falle nel proprio sistema.

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QUANTE DOMANDE SU QUESTI TERREMOTI

« Il termine è al 30 di Novembre, ma si sta già parlando di rimandare la scadenza a Dicembre» mi dice G. al telefono e ne dibattiamo per un po’. Tutte le domande per la ricostruzione leggera perverranno entro questa data? E se no, perchè? «Impossibile averle per Novembre, se pensi che dopo tutto ‘sto tempo i cittadini ne hanno presentate solo 9000 su 30000» dice G.. Non possiamo che concludere la telefonata rimanendo in sospeso. Intanto è sera.

Gratteri parla, in televisione. La trasmissione è Otto e mezzo. Ho acceso da poco, appena in tempo per vederne l’inizio. Dice dei clan, Gratteri. Pare che siano nervosi e deve stare attento più del solito. É partito il maxi-processo anti ‘ndrangheta Rinascita-Scott. Dice anche qualcosa su Willy Monteiro, il giovane brutalmente ucciso a Colleferro (RM). Si stranisce, Gratteri quando la Gruber parla di “mentalità fascista” riferendosi agli assassini del ragazzo. Hanno agito con un atteggiamento mafioso: controllo del territorio, altro che fascismo, spiega Gratteri. Chiunque fosse stato lì sarebbe stato ucciso.

Castelluccio

Ancora, durante la trasmissione si parla dei fondi in arrivo dall’Ue per l’Italia: «La politica deve mettere le regole per distribuire queste risorse (…)» spiega il magistrato. Per lui la prossima emergenza sarà l’ambiente. Perchè, forse non lo è già? Si pensi alla business mafioso dei pascoli, in Abruzzo, agli incendi boschivi che quest’estate hanno sfiorato L’Aquila; a quelli del Morrone, nel 2017. Non si parla, quì, di semplici piromani.

Boschi, aree interne e futuro

In uno scenario già compromesso da vari terremoti (abbandono, burocrazia) cosa accade, quindi, oggi per il cratere del Centro Italia, in relazione all’ambiente, ma anche alle mafie? «Nessuno te lo dirà mai, che il terremoto è una mafia» racconta un terremotato delle Marche. Ma di cosa parliamo? Di appalti? Ambiente? Controllo del territorio e dei suoi cittadini?

Ad ogni modo e, forse nonostante i cittadini restino con molte domande e poche risposte (quanto costa la ricostruzione? Riavranno la propria casa?), le aree interne sono più che mai in fermento, nel tentativo di ripartire, forse proprio da quell’ambiente che, di anno in anno, non ha solo tradito i propri cittadini, ma li ha anche uniti. Anzi, è proprio sulle comunanze agrarie che si fonda l’Appennino. Se ne parla, di questo entro due giornate dedicate interamente ai domini collettivi, alla proloco di Campi di Norcia (18-19 Settembre).

Fra i partecipanti (rappresentanti delle comunanze, professori universitari) vi è anche Antonio Brunori, che prende parte alla tavola rotonda della prima giornata. È Docente Forestale e Segretario generale del PEFC Italia. Con lui, in particolar modo si affronta la questione dei boschi e del legname proveniente da foreste sostenibili. Si paragonano la Provincia Autonoma di Trento con l’Umbria. Hanno gli stessi ettari. Per Trento il legname è una fonte di guadagno stabile (4% della sua economia). Tant’è che la Camera di Commercio della Provincia Autonoma dedica ampio spazio alla promozione del legno Trentino. Per l’Umbria invece non va allo stesso modo. Il legno è una voce quasi inesistente per l’economia regionale (corrisponde allo 0,004% dell’economia regionale). Al massimo potrà essere un potenziale da mettere in circolo, proprio grazie al Recovery Found. Tutto un lavoro ancora da impostare e valutare davvero.

Ambiente e ricostruzioni

Ma l’Appennino è resiliente, va avanti nonostante gli errori di tutti i governi, le sviste, gli investimenti sbagliati o le decisioni rimandate da anni, non solo economicamente ma anche in termini di legge. Si pensi al sognato testo unico per i terremoti. Oggi poi, forse ci si prepara ad avere finalmente quel punto d’appoggio attraverso la Carta della Ricostruzione. Dovrebbe essere un decalogo delle “invarianti” caratterizzanti il processo ricostruttivo, che possano essere recepite dal Testo Unico, in fase di elaborazione grazie al Dipartimento Casa Italia. Se ne parla a RemTech Expo, il 21 Settembre.

Della Carta della Ricostruzione se n’è discusso, così, attraverso un convegno on-line che ha visto riuniti tutti i commissari delle ricostruzioni, quelle avvenute e quelle ancora in corso. Non è mancato Fabrizio Curcio, capo di Casa Italia. In un webinar a dir poco unico si è vista riunita tutta l’Italia dei terremoti. Si è parlato di lotta a una legislazione che ormai è impazzita (Commissario Scalia), ma si è discusso anche di normativa antimafia e anti-corruzione. Serve un nuovo protocollo d’intesa con la DIA (Commissario Schilardi) perchè la normativa attuale può andar bene ma non ovunque. Rischia insomma di non far ricostruire. Non è mancata nemmeno una “riflessione” sulla stampa, proprio fra lo stesso Schilardi, il Commissario Legnini e Curcio:

Schilardi: (…) poi un altro problema è quello della stampa. Ovviamente un Commissario deve poter lavorare con una certa serenità senza essere perseguitato ogni mese o ogni due, tre mesi da giornalisti che arrivano sul posto, vedono pietre e non s’interrogano nemmeno sul perchè e per come quelle pietre stanno lì

Legnini: Certo, questo è irrisolvibile, questo problema è irrisolvibileirrisolvibile! (Schilardi ride)

Schilardi: però è anche strumentale, perchè è molto triste che non si debba lavorare con personaggi che vengono chiamati a svolgere una funzione pubblica con passione, con sentimento e anche con rinunce personali. Perchè se capisco che certi comportamenti possono sussistere quando le parti sono parti politiche, per il gioco, ovviamente, per la dialettica delle idee, non vedo perchè debba sussistere anche nei confronti di tecnici e le proprie idee se le tengano nel cassetto (…)

Curcio: Carlo se mi permetti, sono uomo di battuta e auspico un training a tutti come capi della protezione civile, in modo tale che ben si comprenda il rapporto con la stampa, rispetto anche alle attività di emergenza. Però insomma, hai ragione. Condivido le idee. È irrisolvibile (ride).

Restano insomma molte domande aperte su molti terremoti.

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Il terremoto è un tema nazionale, non un problema locale. Nel post-sisma del 2016 vive e prolifera quella che ho chiamato “Economia del male”. Se vuoi sapere di cosa si tratta pre-ordina la tua copia di “HO PRESTO IL TERREMOTO”.

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L’ARDUA SFIDA DELLA RICOSTRUZIONE SOCIALE

Tutti i terremoti, attraverso la parola magica “ricostruzione”, hanno sostanzialmente posto al Governo in essere una sfida monumentale, ma certamente non impossibile, ovvero la ricostruzione delle comunità, la ri-costituzione del rapporto uomo/ambiente dopo un disastro. A ben vedere sta accadendo anche in questi giorni, mentre ci si domanda quale possa essere la normalità post-covid, con un “post” che ancora si fa attendere.

Come si torni ad appartenere dopo un disastro è una pagina ancora tutta da scrivere, ora sotto l’egida del Coronavirus, ora nel clima del post-sisma dell’ultimo forte terremoto. È “ultimo e non ultimo”, va ricordato. E vale la pena farlo, poichè si possa iniziare a riflettere sul dato umano come variabile indipendente nella ricostruzione, quella che più comunemente si occupa invece solo di case, quasi mai di relazioni sociali.

Alcune casette, appena fuori Amatrice. Vecchie e nuove Sae (alle spalle, sulla destra) si danno il passo nell’urbanistica del caos

 «(…) la ricostruzione non basta, se non si cura la qualità dei legami interpersonali. (…) Di sicuro, per tutto il Centro Italia, l’investimento edilizio potrebbe rivelarsi una leva potente ma, ad essere privilegiata, dovrebbe essere la relazione e non la speculazione (…)» . È il mònito del Vescovo di Rieti, monsignor Pompili. Lo dice, dritto, alla messa del quarto 24 Agosto, da poco celebrata.

Non è “una paternale”, quella del Vescovo, bensì un puntuale orientamento auspicabile. Tornano alla mente le parole di Giovanni Pietro Nimis, urbanista a cui furono affidati diversi comuni, nella ricostruzione del Friuli: « Agli architetti, tacitamente, fu chiesto di svolgere un lavoro inconsueto, condizionato dalla musica di fondo. La progettazione doveva essere una sorta di terapia sociale, ansiolitica, rassicurante (…) per rivestire funzioni inedite di intermediazione con i sinistrati, finalizzate (…) alla rassicurazione della gente, (…) alla partecipazione allargata ai progetti, rinunciando alla tentazione dei capolavori». Cosa succede se però i cittadini vengono estromessi dalle decisioni sul territorio per anni e silenziosamente abbandonati?

«Le persone sono stanche, non ci credono più, nella ricostruzione» mi dice una signora, ai cancelli del campo da calcio Paride Tilesi, ad Amatrice. La veglia notturna del 24 Agosto, dedicata ai parenti delle vittime è alle 2.30. Nell’attesa, al freddo, si parla di Sae e di chi ancora non riesce e dormire, non solo per il ricordo delle scosse, ma per l’inconsistenza del presente. «Adesso sembra che sarà più facile ricostruire, però chi la riporta qui, la gente? Molti se ne sono andati, vorrebbero anche tornare, ma come fanno se non c’è lavoro? Che futuro hanno i nostri ragazzi?» In effetti, mentre si pensa ai prossimi cantieri, la ricostruzione sociale (che ancora manca) dovrebbe tendere non solo alla dignità dei presenti, bensì a delle garanzie per le generazioni future.

Non è la rabbia, non è la paura, bensì la stanchezza, a prendere piede ora. Il desiderio della ricostruzione pare aver perso il suo ritmo. Mentre alcuni abitanti tengono alto l’umore per tutti, altri non hanno illusioni: «ormai è tardi», dice un signore a Campi di Norcia «e molte tradizioni, i ricordi del paese stanno scomparendo».

«Dopo un terremoto la cosa più difficile è “riparare le teste“, mentre quella più immediata è sistemare le case. Hai visto cosa sta succedendo qui, e pensa che siamo partiti dalle case, come sempre si fa. Nessuno parte mai a ricostruire “le teste” perchè è la cosa più difficile da fare» mi dice un tecnico del cratere. Eppure recuperare l’integrità interiore ha molto a che vedere con l’urbanistica. La geografia dei luoghi non è altro che il tracciato delle abitudini e delle relazioni quotidiane, l’incontro di cognomi che, insieme fra loro, saprebbero a tratti ricostruire la storia di molte generazioni, fra dicerie, leggende e tradizioni.

Tre ragazzi giocano nel campo da calcio donato da Ultras Italia per Amatrice. Dietro, le casette Sae di Collemagrone (Amatrice)

Qual’è l’ultimo “punto noto” di ciascun cittadino del cratere? Nelle Sae di Borgo 1, ad Arquata si sono ritrovati insieme abitanti di varie frazioni. Per borghi rurali dove ogni frazione è una realtà fatta di solchi indelebili, si è trattato di uno stravolgimento nello stravolgimento. Non solo, qui come altrove, ci si è dovuti relazionare con la spersonalizzazione delle Sae. I terremotati, dalle scosse, hanno continuato a scontrarsi con una profonda disconnessione sociale che a tratti si poteva evitare. Nuovi e improvvisi vicini di casa, in territori del nulla: questa è stata solo una, delle tante sfide incontrate durante i tentativi di ritorno alla normalità.

« Ognuno è solo, nella sua Sae. Gli anziani, specialmente, soffrono tantissimo. Perchè non hanno più la comare o il compare per fare le solite chiacchiere. Potevano mettere le persone vicine in base alle conoscenze, ma nessuno l’ha fatto, anzi. Il tessuto è stato profondamente diviso e lacerato». Chi parla è Gianfranco, il farmacista di Norcia. Da dopo le scosse lavora insieme alla figlia in un container donato da Federfarma. È dispiaciuto perchè dice che forse non ce la farà, a vedere Norcia ricostruita, e avrebbe preferito un altro futuro per sua figlia.

Come si può preservare l’identità dei cittadini nel post terremoto? «Fate in modo che la nostra gente sia responsabile e partecipe dei suoi fatti, non fatela emarginare assolutamente da qualunque partito o potere. Democrazia sì, imposizione no e democrazia è partecipazione, mai imposizione; democrazia è rispetto dell’uomo e l’uomo deve essere lui il costruttore di se stesso e del suo bene (…)» (A.Rinoldi, in Atti dell’Assemblea dei cristiani del Friuli cit.)

Ha senso imparare a mettere l’uomo al centro della ricostruzione, poiché se il materiale edile è inerte, gli esseri umani, invece, eternamente sollecitati a resistere all’abbandono, diventano infine irreversibilmente lesionati. La “variabile indipendente” della ricostruzione, incarnata dai cittadini ha una scadenza che il cemento non contempla. Per questo occorre(va) fare presto.

Resta, infine e in relazione al campo, la valutazione dello scenario, un’aria da sanare fra i territori colpiti; perchè si possa riscrivere “il poi”, avendo fatto pace con il passato. In tal senso “ricostruzione sociale” significa più che mai superamento dei traumi, separazione da 4 anni di sfiducia per fare posto al nuovo. Ad oggi, se è vero che la burocrazia è “interamente allineata” e le norme tecniche sono state semplificate, poco è stato pianificato per una ricostruzione sociale. Ancora manca una considerazione tangibile di questo fattore, come elemento fondante della ripartenza. Lo s’intende tardivamente, forse, ovvero solo ora che tutti sono saturi.

© Giulia Scandolara

NEMMENO I MORTI HANNO PACE

Sono ad Amatrice, mentre tutto il cratere si prepara a ricordare le vittime del terremoto che ha colpito il Centro Italia nel 2016, in questo 24 Agosto. Sulle pagine Facebook degli abitanti terremotati compaiono articoli, video, una profusione di parole. Alcune sono scritte da giornalisti che accorrono nel Centro Italia terremotato solo per la celebrazione del 24 Agosto. La messa sarà tenuta dal Vescovo di Rieti Mons. Domenico. É l’evento della settimana, per la stampa nazionale, che molto probabilmente scomparirà a fine giornata. Amen.

Mi sono interrogata a lungo su dove concentrare l’attenzione, per questo giorno delicato, di rara fragilità, al fine di raccontare nervo centrale del post sisma. Da un anno raccolgo la rabbia, la frustrazione delle persone, attraverso lo strumento dell’ascolto.

Nel cimitero di Norcia la polvere si appoggia sulle lapidi spaccate

Nessuno qui trova pace, nè i morti nè i vivi. Da questa amara realtà vorrei rimarcare l’affetto per un’Italia invisibile, che non solo soffre, ma che lotta oltremodo contro le dimenticanze dei governi.

Poi, a un certo punto si è rovesciato il mondo” mi dice un abitante. Ieri ho sentito questa frase sia ad Amatrice che a Campi. Le emozioni del cratere sono ovunque le stesse: amarezza, dispiacere, frustrazione. Non c’è più tempo per le speranze di quei cittadini che da 4 anni si sentono chiamare “terremotati”.

Nel cimitero di Fonte del Campo (nel comune di Accumoli) molte tombe non hanno più una lapide

Ci si chiede, oggi, che Governo sia, quello che non restituisce dignità nemmeno ai morti. Da Norcia a Fonte del Campo, da Ussita a Campi. Entro 4 regioni i cimiteri sono accomunati dalla distruzione dell’etica umana. Si assiste, qui, è un crimine contro l’umanità, protratto e perpetuato. Niente di meno.

Uno dei cimiteri più straziati è forse quello di Fonte del Campo. I loculi in poliuretano espanso hanno sostituito quelli in muratura. Una signora mi spiega che per il riconoscimento delle salme, dopo le scosse, sono venuti degli esperti da Macerata. Qui, su questi nuovi loculi in plastica, nessuno ha previsto un vaso, per riporre dei fiori. E non c’è nemmeno spazio per la foto del defunto.

I loculi in poliuretano espanso di Fonte del Campo

Semplici fogli A4 sono stati plastificati dai famigliari e testimoniano, ancora, il trattamento riservato ai cittadini terremotati. Non c’è alcuna affezione per la vita umana. Qualche tenace parente ha incollato ai loculi dei vasi, utilizzando del silicone. Altri, più rassegnati, hanno infilato i fiori destinati ai propri cari nelle fessure presenti tra un loculo e l’altro.

Niente è al suo posto, nè il passato, nè il presente, men che meno i vivi e i morti. Di conseguenza non vi è futuro. Da dove dovrebbe iniziare la ricostruzione, se non dal rispetto per i cittadini?

Ancora, il cimitero di Fonte del Campo, con le lapidi spaccate, a terra, l’erba alta che copre ovunque tombe e loculi

Non è diverso, lo scenario, per un cimitero di rara bellezza come quello monumentale di Ussita (MC). Si trova così abbandonato da essere meta dei cinghiali, che più volte si sono aggirati indisturbati fra le tombe sconquassate. L’erba è alta, il monte Bove osserva l’ingiustizia come un testimone impotente.

Il cimitero monumentale di Ussita. La foto è pervenuta a Sisma in forma anonima.

Non viene risparmiato nemmeno il cimitero di Campi (Norcia). Resta nascosto dalla Chiesa di San Salvatore, anch’essa distrutta, riparata dalla pioggia da un’ingombrante struttura metallica. Lo scopro per caso, un anno fa, percorrendo il breve sentiero a fianco della chiesa. Chi invece passa in macchina, sulla strada principale scorre via senza aver modo di vedere.

Il cimitero di Campi, vergognosamente deturpato

A lungo mi sono interrogata su come poter scrivere dei cimiteri del cratere, senza ferire la sensibilità di alcuna persona. Ho rimandato, nei mesi, fino a che mi sono detta che la vera ferita è non parlarne. Lo stesso vale per l’intero post sisma 2016. La vera sofferenza è il silenzio appoggiato al rumore del disastro. Di questo, però, non ha colpa il terremoto.

© Giulia Scandolara

ILVA, G8 E POST-SISMA: DIRITTI E RESPONSABILITÀ DEI GOVERNI

Il 24 Gennaio 2019 la Corte Europea dei diritti umani di Strarsburgo condanna l’Italia per non aver protetto i propri cittadini dalle emissioni tossiche dell’Ilva di Taranto. Il caso dell’acciaieria risale al 2012, quando la procura di Taranto stabilisce la chiusura del polo siderurgico e l’arresto dei suoi dirigenti. Questo avviene a seguito delle gravissime violazioni ambientali che portano alla morte di centinaia di persone.

I giudici di Strasburgo stabiliscono nel 2019 che « l’inquinamento dell’Ilva è un pericolo per tutta la salute» . Cosa c’entra tutto questo con i 4 anni del post sisma in Centro Italia? Parliamo di diritti.

La Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo lotta per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Per questo motivo ha accolto il ricorso di 180 cittadini pugliesi contro l’ILVA, fra il 2013 e il 2015.

Ma qualsiasi cittadino appartenente all’Unione Europea può fare ricorso, attraverso un modulo, presente al sito della Corte (allego qui il modulo). L’unico “requisito” di cui dev’essere in possesso il cittadino è lo stato di vittima. Non serve essere parte di un’associazione. Si può presentare ricorso come singoli individui, qualora si ritenga siano stati violati diritti fondamentali della propria dignità, vita e salute.

Uno dei tanti rifugi inagibili, verso i Pantani di Accumoli, dopo Forca Canapine

SE LE AUTORITÀ NON HANNO RAGIONE: DALL’ ILVA AL G8

Nella sentenza emessa dai giudici contro l’ILVA, viene sottolineato come fra i vari articoli della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) venga violato l’Art. 8 (diritto al rispetto per la vita privata e famigliare). La Corte di Strasburgo ha inoltre stabilito «che “le autorità nazionali non hanno preso tutte le misure necessarie per proteggere efficacemente il diritto al rispetto della vita privata dei ricorrenti”.» si legge.

Anche le violenze che hanno macchiato il G8 di Genova (2001) sono approdate a una sentenza da parte di Strasburgo. I violenti pestaggi alla scuola Diaz e alla Caserma di Bolzaneto vengono definiti come “atti di tortura”. L’8 Marzo 2018 la Corte Europea di Strasburgo dichiara ammissibile un ricorso contro i poliziotti coinvolti.

«Per i giudici di Strasburgo le autorità italiane non hanno mai condotto un’indagine efficace su quegli eventi» spiega un servizio della Rai del 26 Ottobre 2017. Le vittime, denigrate, avranno diritto a risarcimenti fra le 10.000 e le 85.000 euro a testa a causa delle violazioni dei diritti in Caserma, per danni fisici e morali.

Castelluccio

COSA TESTIMONIA DI GRAVE IL G8 DI GENOVA

«Lo Stato non ha provveduto da solo, con le sue leggi, a condannare in modo giusto i responsabili. Le vittime si sono ritrovate obbligate a presentare ricorso da sole, direttamente alla Corte di Strasburgo nel 2013. L’Italia aveva già subito una condanna, pochi mesi prima, per un caso simile. Quello di Cestaro, esattamente per gli stessi motivi. (…) Strasburgo, per fortuna, non ammette ignoranza e condanna l’Italia, oltre ai tanti casi, anche per un altro caso che ha sconvolto l’Europa. La Corte europea dei diritti umani si pronuncia anche per il caso di Asti. La Corte ha stabilito che nel 2004 alcune guardie carcerarie di Asti hanno torturato i due detenuti Andrea Cirino e Claudio Renne. Strasburgo condanna l’Italia perchè, anche questa volta, non ha punito i responsabili.» spiega un articolo del 2018 a riguardo.

I MILLE VOLTI DELLA VIOLENZA

Dall’inquinamento mortale ai reati di tortura: anche le istituzioni sbagliano e non tutelano la cittadinanza. Ci si chiede però se tutte le ingiustizie perpetuate siano sempre immediatamente riconoscibili e “alla luce del sole”. Ci sono torture più invisibili e sottili, come quell’abbandono che sembra ormai aver messo radici nelle terre del post-sisma.

Ad ogni modo, sia nel caso dell’ ILVA che per il G8 di Genova i cittadini italiani hanno dovuto mettere alla prova il proprio coraggio. In primis hanno avuto necessità di credere di avere ragione e denunciare. In secondo luogo hanno avuto il coraggio di sostenere la propria causa. In entrambi i casi hanno vinto i cittadini.

LA RESPONSABILITÀ E LA POSSIBILITÀ DI FARE RICORSO

Nelle attuali vicende del Ponte Morandi e relativamente all’emergenza del Covid-19 ci sono delle indagini in corso, che mirano ad attestare le responsabilità, le eventuali omissioni del Governo italiano. Ancora una volta i cittadini sono chiamati ad avere fiducia in se stessi e nella propria sete di giustezza.

Il Comitato Noi denunceremo – verità e giustizia per le vittime del Covid-19 crede che nella tardiva realizzazione della zona rossa su Bergamo e Brescia ci siano gli estremi per il reato di crimini contro l’umanità. Relativamente al crollo del ponte Morandi sono attualmente indagate oltre 70 persone per la morte di 43 persone.

Riguardo alle vicende del post sisma in Centro Italia non c’è nessuno che indaghi, non tanto (e solo) sulla lentezza della ricostruzione (a cui pensa la Corte dei Conti) ma sulle responsabilità di una serie di crimini, più o meno visibili, che stanno affossando l’entroterra di ben 4 regioni e i suoi abitanti.

Il Centro Boeri a Norcia, costruito sulle marcite, zona di vincolo archeologico e paesaggistico. Al momento è indagato il Sindaco Nicola Alemanno è stato rinviato a giudizio per falso e abuso edilizio

Dallo scandalo sulle SAE (appaltate ad aziende prive di certificazioni antimafia), alle strutture che hanno deturpato il paesaggio (come il Centro Boeri a Norcia), presenti a macchia di leopardo in tutto il cratere, fino alle macerie che tutto circondano: fra il cemento è rimasta bloccata la vita dignitosa dei cittadini.

Di chi sono le responsabilità per questi 4 anni di invisibilità e abbandono della cittadinanza nelle SAE o fuori cratere, senza la prospettiva di un futuro? Credo sia lecito domandarselo. Se è vero, come dice un terremotato di Norcia che «il terremoto non è la colpa di nessuno», questi 4 anni di niente hanno invece dei responsabili: chi sono? Ipotizzare un ricorso a Strasburgo per il futuro negato e una ricostruzione sognata è ammissibile?

Va inoltre specificato che questo iter di abbandono e affossamento dei cittadini e dei territori non si è manifestato solo nel cratere del post-sisma in Centro Italia. Lo stesso trattamento è stato riservato dal Governo ai suoi cittadini ad ogni post sisma, ora quello aquilano, emiliano, irpino. L’atteggiamento del Governo, dopo ogni forte terremoto, corrisponde ad una perdita, morale ed economica, a carico dell’intero Paese, una mancanza istituzionale che ancora oggi resta impunita.

Forse, un viaggio di restituzione di dignità a questi paesi feriti, non può che passare anche da un’attribuzione di responsabilità. Questi 4 anni non possono essere cancellati con un colpo di spugna. Ed è legittimo far valere il proprio diritto ad avere un presente e un futuro, il diritto ad una sicurezza abitativa, ad un’esistenza che si possa definire decorosa. Finora tutto ciò è stato negato. Strasburgo è una possibilità di giustizia anche per il post-sisma del Centro Italia?

© Giulia Scandolara

UNA MISCELA DI TRAUMA, BUROCRAZIA, DIVISIONE DELLE PERSONE

« Dottoressa ma secondo lei è possibile che questi 4 anni di invisibilità siano un altro trauma, oltre quello delle scosse del 2016?» Lo chiedo a una psicoterapeuta che conosco da diversi anni. La risposta è semplice:«assolutamente sì».

COSA FA IL TRAUMA E SE IL TRAUMA É ANCHE NELLA BUROCRAZIA

Che cosa s’intende per trauma lo spiegano gli psicologi e gli psicoterapeuti EMDRCi può venire in aiuto l’etimologia stessa della parola, che deriva dal greco e che vuol dire “ferita”. Il trauma psicologico, dunque, può essere definito come una “ferita dell’anima”, come qualcosa che rompe il consueto modo di vivere e vedere il mondo e che ha un impatto negativo sulla persona che lo vive.» spiega bene il sito dell’Associazione.

EMDR (Eye Movement desensitization and Reprocessing) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma, in grado di alleviare il carico emotivo del ricordo traumatico e aiutare la persona, nel tempo, a non soffrire nel ricordo, ad esempio, delle scosse subite. Il movimento oculare mette in contatto emisfero destro e sinistro, stimolando il naturale processo di autoguarigione del cervello.

Nel terremoto del Centro Italia, nel 2016, l’Associazione EMDR interviene a più riprese in tutto il cratere terremotato da Amatrice a Norcia: « sono venuti degli psicologi e ci hanno aiutato con questa tecnica. Ma ci hanno detto anche che non sarebbe bastato questo primo intervento. Perchè il trauma sarebbe venuto fuori dopo, negli anni» mi spiega Francesco, di Norcia. Lo confermano diverse persone con cui sono in costante in contatto da circa un anno e mezzo. Rita, di Camerino, mi dice: « è adesso che mi rendo conto di tutto. All’inizio tieni duro e sei concentrata sulle mille cose da fare. Ma poi appena ti rendi conto di cosa è stato il terremoto, di quello che hai perso… ti viene tutto addosso... tutti gli anni che hai resistito».

ciò che resta di una casa, Castelsantangelo sul Nera
COME FARE LA CORSA ALLE LEPRI

A questo va aggiunto come quattro anni di abbandono, da parte delle istituzioni, abbiano rappresentato un’altra ferita, completamente diversa da quella del trauma delle scosse. « Quì hai solo una certezza. Non puoi mai stare tranquillo. Ti svegli e c’è o una nuova ordinanza, o un nuovo cavillo burocratico contro cui lottare. Non ti fanno fare niente e ti complicano la vita ogni giorno» mi dice Amilcare, che a Norcia ha un negozio di frutta e verdura. Si riferisce alla burocrazia che rende impossibile la ricostruzione leggera, ma anche agli uffici della Ricostruzione, dove i cittadini tornano e ritornano in continuazione, come in un pellegrinaggio verso l’impossibile.

«Quì è come fare la corsa alle lepri. Tu corri dietro alla lepre e non la raggiungi mai. Corri corri, ti sembra di raggiungerla e non ci arrivi mai, a prenderla. La ricostruzione, qui, è così, nonostante le perizie, nonostante le carte vadano all’Ufficio. In continuazione ti cambiano le richieste sui documenti utili».

LA TORTURA DELLA GOCCIA CINESE

Se ogni giorno è impossibile rimettere mano alla propria esistenza, se ogni passo di ripresa è interrotto dalla burocrazia, dall’infiltrazione mafiosa, dallo sperpero di denaro, dal dubbio di avere dalla propria parte le istituzioni, come può, questa quotidianità, non chiamarsi tortura? “Tortura”, dal latino: “tormentare”.

Nella tortura della goccia cinese (1400) si immobilizzava la persona e da una certa altezza le venivano fatte cadere delle gocce di acqua fredda sulla fronte, per un periodo di tempo prolungato. Si dice che a lungo andare, la goccia, facesse ammattire lentamente. Difficile non pensare a quanto stiano vivendo gli abitanti del post terremoto da quattro anni, qui, dove la normalità è un sogno e le macerie sono una realtà immota.

Pretare
IL CAS É UNA DROGA?

« Nessuno presenta più le domande per la ricostruzione, perchè ormai c’è questo CAS, che è diventato una droga» mi dice un giornalista del cratere terremotato, in modalità “chiacchiera da bar”. « C’è gente che si poteva rifare casa, con tutto il CAS che ha preso. Praticamente si sono fatti un tesoretto. Come si può sperare dopo, che le persone presentino le domande per ricostruire?».

É semplicistico credere che le domande per la ricostruzione non siano presentate dagli abitanti, solo perchè vi è il Contributo di Autonoma Sistemazione. Il peso della burocrazia è sotto gli occhi di tutti. Allo stesso tempo “non è così semplice”, tutta questa storia, perchè i furbetti del CAS sono una parte della realtà del terremoto.

Me lo ripete anche un signore ad Amatrice: « c’è gente che piglia il Cas ma nun ‘je spetta, chi c’ha avuto il SAE ma nun lo doveva avè. Quello che il giorno dopo er terremoto è diventato credente, e la chiesa gl’ha dato tutto. Poi ci sono quelli che non hanno avuto niente. Ma sai niente? ».

Di fondo, resta una divisione del tessuto sociale, per cui ogni paese è quotidianamente alle prese con contraddizioni interne laceranti. La burocrazia, il costante ripiegamento interiore e la sfiducia verso compaesani e istituzioni rischia di essere un cocktail micidiale per il definitivo collasso del Centro Italia. Il problema, o meglio “la droga” letale, non è in sé il CAS. É l’overdose di assurdità, amenità, scorrettezze, a impedire, ogni giorno, la di rinascita di queste terre.

© Giulia Scandolara

“URBANISTICA DEL CAOS” A BORGO D’ARQUATA

Arquata del Tronto è l’unico comune d’Europa ad essere adagiato fra due aree naturali protette: il Parco nazionale dei Monti Sibillini e il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Con il terremoto del 2016, fra il 24 Agosto ed il 30 Ottobre, Arquata e le sue frazioni vengono colpite in modo letale, entro diversi gradi di distruzione. Saranno infine 49 le vittime nel Comune. Di Arquata capoluogo resta in piedi parte della Rocca (fortemente danneggiata) e poco altro.

UN SENTIERO PER COPRENDERE IL POST SISMA IN CENTRO ITALIA

Questo è il racconto di un piccolo “sentiero” non tipicamente montano, poco più lungo di un chilometro. É la semplice esplorazione, a piedi, di un tragitto fatto su una strada provinciale, quello che interessa la frazione di Borgo D’Arquata. Sono scesa dall’ AREA SAE chiamata Borgo 2 verso l’AREA SAE di Borgo 1 (in copertina), ovvero da un piccolo villaggio di “casette” (come le chiamano gli abitanti) a un altro.

Alle spalle dell’area SAE, il vettore, coperto di nuvole. Risalendo la provinciale si va verso Pretare.

Mi sono lasciata alle spalle il versante meridionale del Monte Vettore e il paese di Pretare. Il tratto di strada che ho percorso e che qui racconto, rappresenta bene la configurazione attuale di una parte di Arquata del Tronto, fra le 12 frazioni, appunto quella di Borgo. In realtà questo sentiero testimonia le discontinuità paesaggistiche che si riscontrano poi in tutta l’area del cratere terremotato.

CONVIVERE CON IL NULLA

Nell’area del post sisma in Centro Italia ne succedono di cose, entro piccoli tratti di strada. Quella che doveva essere “la provvisorietà” delle soluzioni abitative di emergenza (le “casette”) resta e perdura in un odierno nulla, ma lascia anche presto il posto a edifici chiusi e vuoti, ad altri incompiuti, a nuovi progetti o alle macerie stesse. In ogni caso la vita dei cittadini resta un cantiere di incertezza e caos. « Noi ormai ci siamo abituati, al nulla», mi dice una ragazza del villaggio SAE di Borgo 2.

« (…) altre SAE stanno a Pretare, quelle che hai visto sù, dietro all’ Antico bar. Poi sono a Piedilama, ci sono quelle a Borgo Faete, Spelonga e Pescara del Tronto. A Borgo 2 gli abitanti stanno un po’ mischiati, ci sta anche Capodacqua. Invece a Pescara del Tronto c’è anche Vezzano e Tufo. Comunque col tempo tanta gente è morta ed hanno assegnato le casette che si sono liberate a quelli che stavano in lista, quindi adesso in ogni villaggio SAE si sono ritrovati mischiati più comuni», mi spiega un’altra abitante della zona.

La sua voce resta come un’accompagnatrice “in carne ed ossa”, lungo il tratto di strada che percorro lentamente.

UN TRAGITTO FITTO DI VOCI DISSONANTI

All’interno di Borgo 2 c’è il Villaggio degli Alpini : «l’hanno inaugurato l’anno scorso, ad Aprile, ma è quasi sempre chiuso» . Di fronte alla struttura svetta una bandiera dell’Italia, intonsa. Due passi dopo, in basso, ne spunta un’altra, “nero pirata” e con un teschio. È issata a ridosso di una SAE. «(…) Qua stanno continuando a fare le casette. Ne hanno fatte di nuove, ancora, dopo tutti ‘sti anni. E sai perchè? Perchè non c’hanno il coraggio de dire che non ricostruiranno un bel niente.»

Cammino per pochi passi e, sempre scendendo verso Borgo 1, mi fermo non lontano dalle SAE. Resto qualche istante davanti al balcone di una casa inagibile su cui è allestito un neon spento. Non riesco subito a leggerne il messaggio, ma è chiaro che non si tratti del classico addobbo natalizio. È invece un messaggio valido tutto l’anno, qui nel cratere terremotato. “Auguri un cazzo”, recita la scritta al balcone della casa. Sembra essere il proseguimento di quella bandiera nera, pochi metri più in sù alle mie spalle, alla parte opposta della strada.

Con calma continuo a scendere. Da un anno e mezzo passo per questa provinciale sempre un po’ di corsa, perchè fermarsi a guardare le ferite del territorio, leggendone le vicissitudini nei resti o nelle nuove architetture, non è un gesto semplice.

IL GOVERNO C’É?

Si fermano davanti alle macerie coloro che vengono un po’ definiti “i curiosi”, o “chi non potrà mai capire perchè non è di qui” . Mentre continuo a camminare ritornano le parole di quella signora. «I miei genitori abitavano ad Arquata da 30 anni, io ci abito da oltre 15. Eppure qui c’è gente che ancora sostiene che io non sia di Arquata. Hai capito? (…)Io non ho ancora riavuto la mia casa.(…) dal Governo devo ancora avere indietro i soldi della ricostruzione del ’97. Quando ha tirato quel terremoto abbiamo ricostruito anticipando a nostre spese. Ancora dobbiamo vedere quei soldi. E tu credi che qui ricostruiranno dopo questo macello?La gente si dispiace quando lo dico ma è così.».

LE TRACCE DEL COVID-19 SULLE MACERIE

Pare di essere in un triste museo a cielo aperto. Attraverso gli edifici (distrutti, incompleti o ancora in sicurezza) si racconta e si testimonia anche le vita delle persone. Gli abitanti delle Sae, i cittadini del cratere, sono abituati a “scrivere l’indignazione” direttamente sulle case, fra le macerie o a ridosso degli spazi verdi. Le scritte però se le inghiotte il cratere.

Uno striscione, sotto il periodo del Coronavirus, riesce a spingersi oltre i confini terremotati per raggiungere la stampa nazionale, ma solo per qualche giorno. È lo stesso che ora posso leggere alla mia sinistra, su un’altra casa inagibile, proprio a fianco di quella su cui campeggia la scritta al neon. “Non stiamo a casa dal 24-08-16” è il promemoria che un cittadino arquatano lancia al Governo, in risposta a quel “Io resto a casa” che in Centro Italia è un mònito disabilitato. Quello che non si vede dai giornali è la trama del panno. Un asciugamano, forse, “qualcosa” che a suo modo racconta ancora ulteriormente la storia di una normalità negata.

Mi volto per osservare il Vettore, alle spalle. Dall’altro lato della strada, poco più sù e alla mia destra, ci sono i container del Comune, a fianco, quelli delle scuole (asilo, elementari e medie) . Alcune sono state inaugurate il 20 Settembre 2019. Sono frutto delle donazioni della Fondazione La Stampa. Lì vicino ci sono anche quelle donate dalla Fondazione Rava.

All’inaugurazione del 20 Settembre non è mancata Maria Elena Boschi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Rileggere oggi le sue affermazioni è deleterio: «Oggi Arquata riparte insieme all’anno scolastico (…) con i bambini mi piace condividere la storia di come nascono le perle. Si trovano in fondo al mare dentro alle ostriche che costruiscono il contenuto prezioso quando si sentono attaccate trasformando il granello di sabbia in perle. Un trauma costruisce una perla, quindi. Anche se tutti ne avremmo fatto volentieri a meno, il trauma vissuto al centro Italia ha costruito tante perle. Vogliamo guardare con ottimismo al futuro perchè ci siamo (…) e voglio rassicurare il sindaco Petrucci e i cittadini. Lo Stato c’è. Grazie comunque a coloro che hanno permesso la realizzazione della nuova scuola, un ottimo punto di ripartenza

Altro da dichiarare? Sì, l’installazione di una rondine gigante e rossa, in plastica, di fronte alle scuole. Vuole essere un simbolo di speranza, donata da crackingart. «Rigenera solo a guardare», sostiene qualcuno nel video che cattura la sua inaugurazione e che ripesco in un secondo momento, una volta a casa.

CUBI SU CUBI, PROGETTI ED ENTI

“Auguri un cazzo. Non stiamo a casa dal 24-08-16” ripasso mentalmente. Distolgo intanto lo sguardo dalle scuole e proseguo il mio breve tragitto, osservando il centro Agorà, di fianco alle scuole stesse. Trattasi di 650 metri di edificio in bioedilizia, 700mq di parcheggio, ad opera di Caritas. Non viene detto molto sul Centro polivalente al sito del Comune, tranne che può ospitare chi visita Arquata (o ciò che ne resta). A fianco sorge invece la Casa del Parco.

Supero velocemente la curiosa sagoma del Centro Socio Sanitario che « è l’unica cosa che funziona», mi dice un “terremotato” di Borgo 1.

Piazzato dritto “in faccia” al Centro Socio Sanitario si trova invece un immacolato Rotary Point. É un edificio con grandi vetrate, tirato a lucido e donato dal Rotary club ad Arquata nel 2019 per aiutare gli imprenditori locali e “fare rete”. Rotary Club, come recita la presentazione del Progetto Fenice (da club dedicato alle aree del sisma) «(…) è un’ associazione mondiale di imprenditori e professionisti (…) che prestano servizio umanitario, che incoraggiano il rispetto di elevati principi etici nell’esercizio di ogni professione e che si impegnano a costruire un mondo di amicizia e di pace».

Mentre vado alla ricerca di tracce concrete di “step e mission” dichiarate su carta dal Rotary, per il cratere, mi imbatto invece in molti articoli che paragonano il club alla massoneria. Resto con un punto di domanda e archivio la ricerca per approfondimenti futuri.

In linea d’aria e a ore 12, proprio di fronte al Rotary c’è il Forno Cappelli, una realtà che odora di pane e buono anche se non esiste più.

Tiro un sospiro e raggiungo L’Albergo Regina Giovanna, nelle immediate vicinanze, adiacente al Rotary Point. Le sue camere guardano ormai sconquassate al cielo di ogni giorno. Di fronte si legge invece il terzo messaggio scritto dagli abitanti sul panorama: unica grande opera: ricostruire il Centro Italia terremotato. Si fermano motociclisti, lo leggono un paio di ragazzi, su un auto targata Belgio, mentre rallentano in curva. Alternano l’osservazione “albergo- scritta, scritta-albergo” almeno un paio di volte. Poi proseguono, anche loro, lungo questo chilometro di assurdità e macerie.

1 KM DI CONTRADDIZIONI, MA COSì È IN TUTTO IL CRATERE

Arrivo presto a Borgo 1 (in copertina). «Salute! Buona passeggiata». Mi dice un signore, sulla settantina, seduto con altri compari. Sono tutti all’ombra di un vecchio Sali e Tabacchi che ora non è più agibile. Di fronte c’è invece l’unico “containerbancomat” di cui si abbia traccia, se si arriva da Castelluccio. Poi c’è un campo da calcio e infine la distesa di SAE di Borgo 1. Resto ad osservare dall’alto le casette. Vado o non vado? Vado.

VIVERE LA TERRA DI NESSUNO

C’è grande fermento per i campi estivi dei ragazzi, attorno al campetto da calcio. Poco lontano c’è il bar, dove la vita si affolla. «Qui non c’è nessuna pianificazione. Non sanno che farci, con questa ricostruzione. Un pezzo così, un altro così, una casetta qui, un’altra là. Si vede che non c’è un’idea. Che ce lo dicano: “non ricostruiremo”. Ma tu lo sai con i soldi de ‘ste casette, quante volte ricostruivamo, qui?» mi dice un abitante.

UN UNICUM DI INTERRUZIONI ABITATIVE

Il mio piccolo chilometro di esplorazione si conclude nella “chiesa-container” di Borgo 1, dove si trova un raro crocifisso ligneo del XIII secolo, realizzato da due esecutori diversi. Come spiega la scheda tecnica presente in loco, redatta da Michele Picciolo : «(…) la partecipazione di due diversi esecutori ha determinato evidenti incongruenze che riportano la scultura a modelli romanici, considerando l’eccessiva lunghezza del capo, il grosso collo con l’innaturale inserimento nelle spalle, la posizione alta delle orecchie. (…) queste caratteristiche peculiari lo fanno ritenere un unicum (…)»

Anche nel post sisma del Centro Italia hanno operato più esecutori, i quali infine hanno lasciato traccia di profonde discontinuità progettuali. Anche il post sisma in Centro Italia resta un unicum, ma tutti i post emergenza di un terremoto, in fondo, lo sono. Questo unicum “sismico” non è un raro dono, come il crocifisso ligneo per la storia dell’arte, ma resta un’amara pagina nel libro della Storia del Paese.

Per 138 comuni quasi tutti i chilometri sono come quelli di Borgo. Le persone sono ri-diventate terremotate, ben oltre le scosse, in quanto “abitanti di un’urbanistica del caos”. Con questa, piano piano si impara a convivere, ma è una vita innaturale quanto le proporzioni di quel cristo in croce.

©Giulia Scandolara